La vicenda di Silvia Da Pont, giovane domestica bellunese trovata morta nel 1951 a Busto Arsizio: il sequestro nella villa di Carlo Candiani, la confessione, il processo e la condanna.
Il caso Candiani, conosciuto anche come delitto di Busto Arsizio o delitto Da Pont, è una delle vicende più inquietanti della cronaca italiana degli anni Cinquanta. Al centro c’è Silvia Da Pont, una ragazza di 21 anni originaria di Cesiomaggiore, nel Bellunese, che lavorava come domestica nella villa della famiglia Nimmo, in via Galilei 3, a Busto Arsizio.
La mattina del 7 settembre 1951, Silvia uscì per una commissione quotidiana e non tornò più. All’inizio si pensò a una fuga volontaria, forse con un uomo, come spesso accadeva nelle ricostruzioni frettolose dell’epoca quando a sparire era una giovane donna povera e lontana dalla famiglia. Ma quella lettura si rivelò tragicamente sbagliata.

La scomparsa e il corpo ritrovato nella cantina
Per settimane non emerse nulla. La famiglia Nimmo stava preparando il trasferimento a Roma e la sparizione di Silvia rimase avvolta nel silenzio. La svolta arrivò il 28 ottobre 1951, quando il corpo della ragazza venne trovato nella cantina della villa dove aveva lavorato.
La scoperta aprì un caso enorme. L’autopsia escluse le prime ipotesi e indicò una morte legata alla malnutrizione, dopo un lungo stato di prigionia e abbandono. Le indagini, guidate dal capitano dei Carabinieri Angelo Mongelli, si concentrarono presto su Carlo Candiani, proprietario dell’edificio: un uomo rispettabile agli occhi della città , due volte vedovo, ex commerciante e appassionato di farmacologia ed erboristeria.
Carlo Candiani, il processo e la condanna
Secondo le ricostruzioni investigative e processuali, Candiani avrebbe narcotizzato Silvia, tenendola nascosta per settimane e alimentandola con quantità minime di liquidi. Il caso divenne ancora più sconvolgente perché l’assassino non appariva come un criminale marginale, ma come un uomo integrato nella buona società locale.
Candiani firmò una confessione, poi ritrattò e sostenne di essere stato spinto ad ammettere fatti non veri. Il processo, però, si concluse con una condanna pesante. Nel 1953 la Corte d’Assise di Milano lo condannò a 25 anni di reclusione per omicidio volontario, ratto e occultamento di cadavere. In appello la pena venne ridotta a 14 anni, con la derubricazione in omicidio preterintenzionale; in Cassazione scese poi a 13 anni per effetto dell’amnistia sull’occultamento di cadavere.
Carlo Candiani morì nel 1957 nel carcere di Parma. Il caso di Silvia Da Pont resta una storia di violenza, potere e invisibilità sociale: una giovane domestica cancellata per settimane dentro la stessa casa in cui lavorava, mentre attorno a lei la vita continuava come se nulla fosse.